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Che cos'è il disturbo bipolare

Autore/Fonte:AstraZeneca Italia
Data ultima revisione: 08/07/2011

    • Premessa: i disturbi del tono dell'umore
    • Che cos'è il disturbo bipolare?
    • In generale, quali sono i sintomi?
    • Episodio Depressivo Maggiore: quali i sintomi?
    • E della Mania?
    • È una malattia grave?
    • È una malattia diffusa? E in che modo si distribuisce nella popolazione?
    • Qual è il decorso tipico della malattia?
    • Quali sono gli elementi che possono complicare il decorso?
    • È opinione condivisa che il DB sia causato da fattori biologici. Qual è il ruolo svolto dalla genetica e dai neurotrasmettitori cerebrali?
    • Esistono altre cause della malattia?
    • Quali sono le forme di trattamento?
    • Bibliografia minima
    • Premessa: i disturbi del tono dell'umore

      Possiamo definire l'"umore" come uno dei principali meccanismi di regolazione del comportamento umano che, attraverso le emozioni ci consente un migliore adattamento alla realtà esterna e alle sue caratteristiche piacevoli o spiacevoli. Ad esempio, se devo andare a un appuntamento e piove a dirotto e si tratta di un appuntamento galante, magari del primo, sarò allegro, curato, forse canterò "singing in the rain" mentre mi inzuppo d'acqua nel traffico caotico che potrà anche apparirmi come un divertente carosello. Se si tratta invece di un appuntamento con il mio padrone di casa che deve darmi lo sfratto, forse maledirò il tempo, il traffico, sarò preoccupato, penserò al raffreddore che con ogni probabilità mi prenderò.
      In entrambi i casi gli elementi sono gli stessi: un appuntamento e la pioggia. Il valore che questi elementi hanno è però diverso a seconda del mio stato d'animo, espressione del tono del mio umore.
      Come visto, le circostanze esterne, più o meno piacevoli, giocano un ruolo importante nella modulazione dello stato d'animo. Il peso di questa variabile, che chiamiamo mondo dell'affettività, è tuttavia tale che un nostro stato d'animo demotivato, triste, abbattuto può farci colorare di nero anche l'appuntamento galante. Al contrario una condizione vitale intrisa di entusiasmo, determinazione, allegria può farci affrontare con leggerezza e spirito combattivo anche la più pesante delle situazioni. Anche l'entusiasmo però può diventare eccessivo: ecco allora che non riusciamo a mettere ordine nei nostri pensieri, tutto accelera improvvisamente, il nostro comportamento diventa bizzarro e irrefrenabile.
      Viceversa una condizione di introspezione e ripiegamento su di sé può servire a mettere a fuoco gli elementi di una situazione da affrontare.
      In poche parole, nessuna condizione vitale è nella sua natura positiva o negativa, purché mantenga in sé i semi per un suo superamento equilibrato e flessibile alle mutate richieste ambientali.
      È possibile quindi immaginare il tono dell'umore come una corda oscillante o un metronomo ai cui due estremi si collocano gli stati d'animo di disperazione ed euforia, con una serie di stati d'animo intermedi più o meno vicini ai due poli.
      Tutti sperimentiamo continue oscillazioni del tono dell'umore, dovute a fattori interni ed esterni a noi. Esistono però condizioni in cui queste oscillazioni si cristallizzano in una vera e propria malattia, che causa notevole sofferenza alla persona e al suo ambiente. Si parla in questi casi di disturbi del tono dell'umore, che vanno dal permanere di una condizione di tristezza e disperazione, nel qual caso si parla di Depressione, al permanere di una condizione di eccitabilità emotiva e comportamentale, nel qual caso si parla di Mania.
      Gli stati in cui a fasi depressive si alternano fasi di mania moderata definiscono la ciclotimia, ossia l'oscillazione periodica del tono dell'umore. Nei casi più gravi di ciclotimia si parla di Disturbo Bipolare.

      Nel disturbo bipolare il passaggio dalla mania alla depressione si sussegue spesso in maniera imprevedibile. L'intensità di questi sbalzi può raggiungere livelli tali da causare grave sofferenza. Per mantenere l'equilibrio tra i due poli è necessario ricorrere sia ad una terapia farmacologica sia ad una psicoterapia.

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    • Che cos'è il disturbo bipolare?

      Diagnosticato da Kraepelin nel 1921 come frenosi maniaco-depressiva e successivamente come psicosi maniaco-depressiva, quello che oggi viene indicato come "Disturbo Bipolare" (DB) definisce un disturbo del tono dell'umore caratterizzato dalla presenza, allo stato attuale o nel passato più o meno recente, almeno di un episodio maniacale o ipomaniacale, di solito alternato a uno o più episodi depressivi, con tono dell'umore per lo più normale tra un episodio e l'altro. La presenza degli episodi maniacali costituisce il tratto caratteristico di questo disturbo, e pone la differenza nella diagnosi rispetto alla depressione. Usualmente le crisi maniacali e depressive tendono a ripresentarsi, e ad alternarsi, dopo un certo periodo di attenuazione o scomparsa dei sintomi, e il modo e i tempi in cui le ricorrenze si verificano caratterizzano i diversi tipi di DB.
      Abbiamo così:

      • disturbo bipolare di tipo I, caratterizzato dalla presenza di uno o più episodi maniacali (puri o misti a sintomi depressivi, nel qual caso si parla di Disturbo Bipolare Misto), alternati spesso a episodi depressivi gravi, con assenza di sintomi maniacali tra gli episodi di almeno due mesi
      • disturbo bipolare di tipo II, in cui le fasi maniacali sono meno gravi che nel tipo I (ipomania) e il tono generale dell'umore è di tipo depressivo.
      • disturbo bipolare a Cicli Rapidi, caratterizzato dal minore intervallo di tempo, rispetto ai tipi I e II, tra il verificarsi di un episodio maniacale e di uno depressivo (ad esempio 2 settimane). In certi casi il periodo di intervallo può ridursi ulteriormente, fino ad arrivare a più episodi nella stessa giornata. Si parla allora di Disturbo Bipolare a Cicli Ultrarapidi. Può essere di tipo I e II.
      • disturbo ciclotimico, la forma meno grave di disturbo bipolare, presenta l'alternanza di fasi di mania lieve a fasi di depressione moderata.

      Riassumendo, l'elemento tipico del disturbo bipolare è dato dalla presenza di uno o più episodi maniacali, ossia di euforia, ipereccitazione, frenesia mentale e comportamentale a vari livelli (pensiero, linguaggio, sessualità, ecc.), tali da compromettere in modo pesante (mania nel DB I) o più lieve (ipomania nel DB II) il funzionamento affettivo, sociale e lavorativo di una persona.
      Tali episodi tendono a ripresentarsi e a volte ad alternarsi a periodi depressivi, ossia di tristezza, disperazione, povertà mentale e di comportamento, a loro volta più gravi (episodio depressivo maggiore nel DB I) o meno gravi (depressione moderata nel disturbo ciclotimico) nei loro effetti sulla vita dell'individuo.
      In ogni caso, il costo per la persona e la collettività è grande, ed è necessario rivolgersi agli specialisti della salute mentale per avere la possibilità di un alleviamento della sofferenza e la speranza di una cura efficace.

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    • In generale, quali sono i sintomi?

      Definire i sintomi del DB significa innanzitutto definire le caratteristiche dei due poli che marcano la malattia: il polo depressivo e quello maniacale.
      Anche la fase tra un polo e l'altro in realtà può presentare sintomi significativi (irritabilità, tendenza all'autosvalutazione, ecc.), ma di solito in questa fase il tono dell'umore è sufficientemente bilanciato, almeno nei primi periodi del disturbo.
      Nell'analisi del quadro sintomatologico prenderemo come esempio il Disturbo Bipolare di tipo I (DB I), il più grave, esaminando le caratteristiche dell'Episodio Depressivo Maggiore e della mania, caratteristiche che negli altri tipi del disturbo (tipo II o ciclotimico) si ritrovano attenuate e con minori aspetti di rischio per la vita della persona o di chi la circonda (anche se il tipo II a volte presenta, specie nell'adolescenza, elementi di rischio di tipo suicidario data la connotazione prevalentemente depressiva del disturbo).
      Abbiamo già visto che il DB tipo I è un disturbo grave, e questa gravità è data dagli effetti che produce sulla vita delle persone, che perdono spesso il senso della realtà, con pesanti ripercussioni sulla sfera emotiva, sui pensieri e sui comportamenti della vita di ogni giorno. Si parla al riguardo di possibili complicazioni psicotiche della malattia, ossia fattori, quali i deliri o le allucinazioni, che mostrano una frattura nel rapporto con la realtà o con sé stessi e la distorsione nel coordinamento tra percezione, realtà e azione.


      bipolare2

       Nelle persone affette da disturbo bipolare spesso le idee sono grandiose ed eccitanti e, in alcuni casi, possono diventare veri e propri deliri: in tal caso la persona ha convinzioni personali non corrispondenti alla realtà, mantenute anche a fronte di chiare dimostrazioni della loro falsità. Sia i deliri sia le allucinazioni possono provocare un grave distacco dalla realtà.Così, ad esempio, nelle donne è comune, negli episodi che esordiscono dopo il parto, l'idea (delirante e penosa) che il bambino non sia il proprio figlio, o che abbia caratteristiche fisiche o di comportamento minacciose (e non reali) per la vita della nuova madre.
      Altro elemento importante per la diagnosi e la classificazione dei due poli è che il disturbo non sia provocato e sostenuto da una condizione medica generale (come un ictus o la sclerosi multipla), o da abuso di sostanze (come nel caso dell'umore maniacale indotto da un'intossicazione da cocaina), ma sia in qualche misura "endogeno", ossia primario.

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    • Episodio Depressivo Maggiore: quali i sintomi?

      Secondo il DSM IV (un manuale diagnostico e statistico per la classificazione dei disturbi mentali), perché si possa parlare di Episodio Depressivo Maggiore (EDM) è necessario che, per un periodo di almeno due settimane, siano presenti almeno cinque dei seguenti sintomi:

      • umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, come riportato dalla persona o come osservato da altri
      • marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno
      • significativa perdita di peso, in assenza di una dieta, o significativo aumento di peso, oppure diminuzione o aumento dell'appetito quasi ogni giorno
      • insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno
      • agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno
      • faticabilità o mancanza di energia quasi ogni giorno
      • sentimenti di autosvalutazione oppure sentimenti eccessivi o inappropriati di colpa quasi ogni giorno
      • diminuzione della capacità di pensare o concentrarsi, o difficoltà a prendere decisioni, quasi ogni giorno
      • ricorrenti pensieri di morte, ricorrente ideazione suicida senza elaborazione di piani specifici, oppure un tentativo di suicidio o l'elaborazione di un piano specifico per commettere suicidio.

       
      Si tratta di una condizione molto penosa per la persona che la sperimenta, e che comporta anche un rischio concreto per la sua vita, vista la probabile tendenza a pensare alla morte e al suicidio.
      Non dimentichiamo, al riguardo, che circa il 10-12% delle persone con DB I compie suicidi, e che questa eventualità è molto più frequente durante un episodio depressivo

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    • E della Mania?

      Per quanto riguarda invece l'episodio maniacale (che spesso segue un primo episodio depressivo maggiore), sempre il DSM IV prevede che siano osservabili almeno tre dei seguenti sintomi:

      • autostima aumentata o grandiosità
      • minore bisogno di sonno
      • maggiore loquacità del solito oppure spinta continua a parlare
      • fuga delle idee o esperienza soggettiva che i pensieri si succedano rapidamente
      • distraibilità
      • aumento dell'attività finalizzata oppure agitazione
      • eccessivo coinvolgimento in attività ludiche che hanno un alto potenziale di conseguenze dannose.

      Anche nella mania il vissuto è molto penoso, la persona sente spesso un irrefrenabile impulso ad agire (coazione) e di rovesciare all'esterno ciò che nella depressione è quasi sempre diretto verso l'interno: l'aggressività. Ecco allora che risultano pesantemente compromessi l'attività lavorativa, i rapporti sociali, la rete di relazioni familiari e interpersonali. In questo caso l'elemento di rischio è dato da atti violenti diretti verso l'esterno, soprattutto nel contesto familiare (aggressioni al coniuge o ai figli) e lavorativo, anche se possono essere presenti comportamenti autolesivi, specie nelle forme miste (in cui, come abbiamo visto, coesistono sintomi maniacali e depressivi).
      Per concludere, entrambi i poli mostrano una forte attivazione dell'aggressività, diretta verso sé stessi nel caso della depressione (rischio di suicidio) e verso l'esterno nel caso della mania (rischio di atti violenti), tanto più probabile se sono presenti manifestazioni psicotiche quali i deliri; così, ad esempio, nel polo depressivo un delirio di colpa (ossia sentirsi senza ragione responsabili di qualcosa di grave) può portare all'idea di "meritare di morire", mentre nel polo maniacale un delirio di grandezza (ossia il sentire di essere superiori senza ragione a determinate persone o situazioni) può portare a un atto di "giusta punizione" di chi si frappone tra me e la mia idea di grandiosità.
      Naturalmente la persona agisce in questo modo perché è sofferente di una malattia nelle sue forme più gravi, ed è su questo terreno, quello della restituzione di dignità e di libertà di azione alla persona e a chi la circonda, che si combatte la battaglia dei nuovi trattamenti, specie farmacologici.

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    • È una malattia grave?

      In alcuni casi e in alcune forme, specie in assenza di trattamento o con un trattamento inadeguato, può essere considerata una malattia grave, ossia tale da dover richiedere l'ospedalizzazione per ridurre il rischio in cui la persona può mettere la propria vita o quella degli altri.
      Può altresì essere considerata grave nella misura in cui influisce pesantemente sul lavoro, gli affetti, la progettualità di una persona e di chi la circonda, specie i familiari, per un periodo di tempo che a volte può durare parecchi anni, se non tutta la vita.
      La valutazione della malattia, infine, è tanto più severa quanto maggiore è il numero di episodi maniacali manifestati e quanto più il loro esordio è precoce.

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    • È una malattia diffusa? E in che modo si distribuisce nella popolazione?

      Secondo i dati forniti dal NIMH (l'Istituto Nazionale per la Salute Mentale americano), in un determinato anno circa l'1% della popolazione di età superiore ai diciotto anni presenta una malattia diagnosticabile come Disturbo Bipolare. Circa le differenze di genere sessuale, sembra inoltre che il disturbo colpisca in modo uguale (1:1) sia le donne sia gli uomini, diversamente da quanto accade nella diagnosi di Depressione Maggiore o Disturbo Unipolare (ossia con presenza, di un episodio depressivo singolo o ricorrente), dove il rapporto è di due donne per un uomo (2:1).
      Questa diversità di distribuzione tra le due malattie (depressione e disturbo bipolare) rispetto al sesso viene spiegata con diverse ipotesi, tra cui quella suggestiva che vede nell'episodio maniacale, specifico del disturbo bipolare, l'opposto "maschile" (cioè diretto all'esterno e talvolta violento) dell'elemento più "femminile" del ripiegamento su di sé e dell'aggressività rivolta verso se stessi ravvisabile nella depressione. Non dimentichiamo al riguardo il forte ruolo svolto dai condizionamenti sociali, che, al di là delle pur rilevanti differenze biologiche, spinge a precisi comportamenti attesi da parte delle donne (la manifestazione esplicita della sofferenza attraverso le lacrime, ad esempio) e degli uomini (che non devono mai "fare le femminucce", ad esempio, e, semmai, affogare i dispiaceri nell'alcool, spesso maschera eloquente di una vera depressione).
      Quali che siano i motivi, psicologici, sociali, biologici, sta di fatto che il primo episodio della malattia con maggiore probabilità sarà negli uomini un episodio maniacale, e nelle donne, al contrario, un episodio depressivo. In caso di ricorrenza di più episodi, poi, la quantità totale di episodi maniacali negli uomini è uguale o superiore a quella degli episodi depressivi; il rapporto naturalmente si inverte tra le donne, che vedono invece una predominanza dei secondi rispetto ai primi. Questa maggiore tendenza depressiva delle donne è infine ulteriormente rinforzata dalla maggiore prevalenza nel sesso femminile degli episodi misti, ossia degli episodi maniacali con presenza contemporanea di sintomi depressivi.
      Un ultimo dato sull'età di insorgenza. Mentre la depressione (e qui parliamo ancora una volta della Depressione Maggiore) si manifesta tipicamente intorno ai quaranta anni, l'età media di insorgenza del disturbo bipolare è notevolmente più bassa, intorno ai venti anni per il Disturbo Bipolare I, spesso ancora più precoce nel caso delle forme meno gravi.

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    • Qual è il decorso tipico della malattia?

      Il disturbo bipolare è una malattia tipicamente a lungo termine, come il diabete o l'ipertensione arteriosa ma, sebbene venga di solito definita come "malattia cronica", il suo decorso è influenzato in modo determinante da numerosi fattori, primo tra tutti un efficace trattamento farmacologico.
      Intorno ai venti anni, o anche prima, una persona con probabili precedenti di episodi depressivi più o meno gravi e più o meno probabili a seconda che sia di sesso femminile o maschile mostra nel pensiero, nell'affettività e nel comportamento le caratteristiche di un episodio maniacale o ipomaniacale, puro o misto. Tale episodio può rimanere singolo, ossia non ripresentarsi più nella vita della persona, ma nella stragrande maggioranza dei casi esso tenderà a ricorrere e ad alternarsi con episodi di tipo depressivo, dando luogo a un ciclo bipolare che si esplicherà in modi e tempi differenti a seconda del tipo (I, II, ecc.) di disturbo, del sesso, degli eventi di vita (come ad esempio un cambiamento di fuso orario, potenzialmente in grado di innescare un episodio maniacale), della presenza o meno di una adeguata terapia farmacologica e psicologica, delle caratteristiche proprie del singolo individuo.
      Ad esempio, nel disturbo bipolare I si hanno, in assenza di terapia, mediamente quattro episodi critici in 10 anni, mentre nel tipo a fasi rapide si possono avere anche più episodi nelle 24 ore; o, ancora, se è vero che il periodo che intercorre tra un episodio e l'altro è di solito privo di sintomi, in una percentuale significativa di persone con disturbo bipolare I tale periodo è contrassegnato da sintomi "residui" dell'umore, con fragilità accentuata nell'attivazione emotiva e gravi difficoltà nel lavoro e nella vita di relazione.

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    • Quali sono gli elementi che possono complicare il decorso?

      In linea generale, possiamo dire che la presenza di fasi intercritiche con remissione incompleta dei sintomi, e la stessa gravità degli episodi maniacali o depressivi, sono spesso associabili al manifestarsi di elementi psicotici che pregiudicano in modo significativo il rapporto con la realtà e accentuano il rischio connesso ad atti autolesivi o chiaramente suicidari ovvero a comportamenti violenti verso gli altri.
      Un ulteriore elemento da considerare, e che può influenzare in modo peggiorativo il decorso della malattia, è che questa tende spesso a presentarsi in associazione con altri tipi di disturbo mentale e comportamentale. È il caso dell'associazione con il disturbo ossessivo-compulsivo, con i disturbi dell'alimentazione (anoressia e bulimia), con il disturbo di panico.
      Particolarmente importante, quale predittore di decorso più sfavorevole, è infine la frequente presenza, specie tra i maschi, di dipendenza da alcool o altre sostanze (quali cocaina, eroina, ecc.) che, pur non essendo la causa del disturbo bipolare, possono però complicare notevolmente il quadro clinico, anticipandone a volte anche l'esordio e favorendo il moltiplicarsi degli episodi critici.
      Anche per gli aspetti più gravi esistono tuttavia oggi forme di trattamento in grado, pur se a volte non completamente, di riequilibrare il tono dell'umore e di mantenerlo su livelli di oscillazione abbastanza accettabili e la sfida più grande è quella di non arrendersi e di rivolgersi, o tornare a rivolgersi, agli specialisti di salute mentale, sia se si è direttamente coinvolti in quanto pazienti o indirettamente in quanto familiari o amici.

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    • È opinione condivisa che il DB sia causato da fattori biologici. Qual è il ruolo svolto dalla genetica e dai neurotrasmettitori cerebrali?

      Vi è oggi un consenso abbastanza diffuso sul fatto che il Disturbo Bipolare sia causato principalmente, anche se non solo, da anomalie e difetti di tipo biologico, in primo luogo genetici. Numerosi studi hanno al riguardo evidenziato una elevata familiarità della malattia, ossia una probabilità maggiore di sviluppare il disturbo, se in famiglia sono presenti una o più persone con un disturbo del tono dell'umore. Spesso i due poli della futura malattia appartengono in modo caratteristico a due diversi membri della famiglia, cosicché uno sarà particolarmente dinamico, attivo ed euforico, e l'altro invece malinconico, lamentoso e depresso.
      Tale ipotesi è stata rafforzata dagli studi sui gemelli, che mostrano una probabilità maggiore di presenza della malattia in entrambi i fratelli omozigoti (60 - 70%) rispetto a quella riscontrabile nei fratelli eterozigoti (5 -8%). Anche gli studi sulle adozioni sembrano confermare la tesi genetica, poiché il rischio di sviluppare il disturbo è molto più alto nei figli naturali di genitori bipolari (30% circa) rispetto a quello degli adottivi (2%).
      Nonostante queste evidenze e nonostante la causa genetica sia ampiamente accettata, c'è ancora molto da scoprire sui meccanismi in cui questa anomalia si esprime.
      Nel 2003, ricercatori dell'Università di San Diego, in California, hanno individuato in un gene (Grk3) del cromosoma 22 un ruolo importante nella regolazione dei processi biochimici del cervello, ossia del complesso sistema dei neurotrasmettitori cerebrali, la cui mediazione chimica è alla base delle nostre emozioni e del nostro comportamento. Una mutazione di questo gene potrebbe essere responsabile di una cattiva regolazione della dopamina, uno dei principali neurotrasmettitori, producendo alterazioni significative nella quantità disponibile della sostanza. Considerando che la dopamina ha un ruolo importante nelle attività di pensiero, nel comportamento motorio e nel piacere, è evidente come un suo malfunzionamento possa innescare le alterazioni dell'umore proprie del disturbo bipolare.
      Secondo la cosiddetta "ipotesi neurochimica", tuttavia, la dopamina non è l'unica sostanza coinvolta nel disturbo bipolare, in quanto quest'ultimo sarebbe da imputare a una alterazione generalizzata del complesso dei neurotrasmettitori cerebrali. Almeno un'altra sostanza, la serotonina, svolgerebbe un ruolo centrale nella malattia, producendo, a causa di un'alterazione nella quantità disponibile, i sintomi tipici della depressione (deficit di serotonina) o della mania (eccesso di serotonina). I livelli di serotonina mostrano inoltre un andamento stagionale, con picchi in estate e basse concentrazioni in inverno. Ciò spiegherebbe in parte una caratteristica peculiare di alcune forme di disturbo bipolare, in cui alla mania estiva fa seguito la depressione invernale, con un ruolo importante svolto dalla luce solare quale causa indiretta.

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    • Esistono altre cause della malattia?

      Le ipotesi biologiche individuano anche altri fattori, quali il livello di irrorazione sanguigna delle aree cerebrali o anomalie strutturali del cervello stesso, ma soprattutto il ruolo importante svolto da precise disfunzioni ormonali. Ad essere coinvolta sarebbe in particolare la produzione da parte dell'ipofisi di ACTH, o ormone corticotropo, una sostanza che stimola a sua volta la produzione da parte delle ghiandole surrenali del cortisolo, che, insieme all'adrenalina, partecipa a regolare gli stati di eccitazione, attenzione, tensione fisica e psichica dell'organismo.
      Una diminuzione nella produzione di ACTH porterebbe a stati di bassa quantità di cortisolo e quindi a un tono dell'umore tendenzialmente depressivo, viceversa in caso di iperproduzione della sostanza. Naturalmente, gli stati di penuria o abbondanza di ACTH si associano di solito ad altri fattori, non ultime le caratteristiche proprie dell'individuo, poiché non necessariamente, in una persona senza precedenti sintomi di alterazione del tono dell'umore, questi squilibri innescano un episodio critico, depressivo o maniacale che sia.
      D'altronde, questa situazione di non perfetta correlazione tra presenza di una causa (genetica, neurologica, ormonale, ecc.) e manifestarsi dell'effetto è comune a tutti i fattori presi in esame, ed è più corretto, al riguardo, parlare di teoria multifattoriale delle cause, non ultime quelle di tipo psicosociale. Queste ultime sono date da particolari eventi di vita ("life events") con alto carico stressante (il passaggio all'adolescenza, il matrimonio o il divorzio, il parto, ecc.) che, in una situazione di "sensibilizzazione biologica" come quella descritta, possono favorire l'insorgenza della malattia. A ciò si aggiunge spesso il carattere individuale di ogni persona, dal punto di vista fisico e psicologico, così da spiegare come mai di fronte alle stesse caratteristiche biologiche e agli stessi eventi di vita una persona reagisce sviluppando la malattia e un'altra no.
      Riassumendo, anche se molto c'è ancora da scoprire al riguardo, si può delineare per il disturbo bipolare un'evoluzione per cui un danno genetico produce alterazioni significative nella chimica cerebrale che, in associazione con molte altre variabili di tipo biologico, sociale e di personalità, produce la malattia.

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    • Quali sono le forme di trattamento?

      Vista la natura complessa del disturbo bipolare, qualsiasi tipo di trattamento deve essere integrato e guardare alla malattia nella sua interezza. Esso sarà in primo luogo di tipo farmacologico, anche se trarrà giovamento dall'associazione con una psicoterapia. È evidente infatti che la somministrazione di un farmaco antidepressivo nel periodo corrispondente deve considerare il rischio di indurre una crisi maniacale quale polo alternativo della malattia, e viceversa. Inoltre un trattamento che non preveda una psicoterapia, soprattutto tra una crisi e l'altra, non fornirebbe la possibilità di dare un sostegno alla persona.

      Il primo obiettivo della terapia farmacologica del disturbo è quello di stabilizzare il tono dell'umore, attuando strategie mirate di intervento negli episodi critici e di mantenimento tra un episodio e l'altro, al fine di ridurre al minimo le possibilità di ricaduta, di allungare quanto più possibile la durata delle fasi intercritiche e di attenuare l'impatto dell'eventuale ricaduta, qualora questa dovesse comunque verificarsi. È doveroso dire al riguardo che, benché in una certa percentuale di persone la malattia regredisca senza produrre più sintomi, usualmente l'efficacia della terapia viene misurata sul livello di attenuazione dei sintomi stessi e sulla minimizzazione degli episodi critici, sia nel numero che nell'intensità, essendo spesso il disturbo bipolare una malattia che accompagna la persona per tutta la sua vita.

      I principali farmaci usati nel trattamento mirano a stabilizzare l'umore e a trattare l'episodio depressivo o quello maniacale cercando di prevenire il viraggio sulla polarità opposta. Abbiamo così tre classi principali di farmaci, a seconda che siano in grado di agire sulla sintomatologia depressiva (litio e antidepressivi), su quella maniacale o sulla prevenzione delle ricadute (stabilizzazione del tono dell'umore e antipsicotici atipici). A questi tre gruppi primari possiamo aggiungerne un quarto, quello degli ansiolitici, che, benché non esplichino un'azione primaria sull'umore, contribuiscono in associazione con altri farmaci a trattare soprattutto la mania acuta.
      La scelta del trattamento dipenderà da molte variabili, non ultime le caratteristiche di risposta del singolo paziente o l'eventuale comparsa di sintomi collaterali o indesiderati. Intraprendere e portare avanti un trattamento farmacologico è comunque di estrema importanza per poter avere fondate speranze di risoluzione totale o parziale del disturbo. Non bisogna dimenticare che solo un terzo delle persone con questo disturbo riceve oggi un trattamento e che quasi la metà delle terapie vengono abbandonate, con elevato rischio di ricaduta. A questi aspetti possono rispondere in modo efficace i nuovi trattamenti che, come quello con antipsicotici di ultima generazione, riducendo entità e gravità degli effetti collaterali, sono meglio tollerati e meno esposti alla possibilità di abbandono da parte del paziente.

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    • Bibliografia minima
      • National Institute of Mental Health.
        Bipolar Disorder, USA, 2001
      • Linee Guida sulla farmacoterapia dei disturbi dell'umore. Consensus Conference della Società Italiana di Psicopatologia.
        In: Giornale Italiano di Psicopatologia; volume 5, suppl settembre 1999.
      • Altamura AC, Mannu P.
        Ipotesi neurochimiche dei disturbi depressivi e razionalizzazione del trattamento farmacologico
        Quaderni Italiani di Psichiatria 1998; volume XVII, n 5
      • Falloon IRH.
        Che cos'è il Disturbo Bipolare.
        In: Falloon IRH: Trattamento Integrato per la Salute Mentale. Parte Seconda. Salerno: Ecomind, 2000.
      • Goldberg JF, Harrow M.
        Disturbi Bipolari
        Milano: Raffaello Cortina, 2000.

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